Bimbo ucciso di botte a Cardito – Le maestre sapevano ma non hanno denunciato

Le parole di Valentina Casa, madre del piccolo Giuseppe Dorice, ucciso di botte dal suo compagno Tony Essobti Badre, fanno rabbrividire:

“Li ha picchiati pesante, ok… e ci sta, ma non è che ha pensato, va bene, adesso questo muore, tra poco muore. Li ha picchiati altre volte, quindi è il suo modo di fare e ha pensato di farlo anche quella domenica. Basta, li picchio, imparano la lezione. Che poi ha provocato in testa delle emorragie ecc ecc… lui non è che fa il dottore, quindi non se n’è accorto nemmeno”. In altre parole: certo, Tony Essobti Badre ha massacrato i bambini, ma non voleva certo ucciderli e, quindi, che paghi per il pestaggio, non per l’omicidio.

Le terribili parole sono state intercettate nelle ore successive alla morte di Giuseppe, sulle utenze usate dai familiari dell’uomo. E sono successive a un incontro in carcere, con dialoghi che si sono svolti sulla stessa linea. Era la strategia difensiva che stavano concordando. Negare la morte, non era possibile. Nemmeno negare il coinvolgimento. Quindi, l’ultima carta da giocare rimaneva quella: ammettere le percosse, ma sostenere che non ci fosse volontà di uccidere, che la morte fosse la conseguenza della scelta, condivisa con la madre dei bambini, di non chiamare subito i soccorsi. Un incidente di percorso su una lunga strada di “paliate” correttive, per mettere in riga i bambini ed educarli a non fiatare.

Anche il colloquio in carcere del 14 febbraio, tra Tony e un familiare, ha questo tono. “Non ti devi fare mille problemi – gli dice il parente – tu lo hai picchiato come lo hai picchiato le altre volte…”. Punto fondamentale: deve negare di avere usato un oggetto per colpire i bambini. Quella mazza di scopa di cui parlano anche i bimbi nei racconti delle precedenti violenze deve sparire dalle dichiarazioni. La morte, si dicono i due, è sopraggiunta solo perché Valentina non ha voluto chiamare subito il 118. Badre risponde, spiega quello che ha combinato, ripercorre le fasi delle aggressioni. Ammette i pugni, i calci, “mi sono proprio ingrippato, mannaggia”, dice, poi concorda: “è mancato soccorso perché non lo abbiamo portato in ospedale, quello è stato”.

Poi, al telefono, il parente continua a parlare dell’accaduto, e la linea resta la stessa. “È stato un pezzo di merda – dice, riferendosi a Badre – ma quella violenza l’ha usata solo per dare una lezione. Poi si è trasformato in una tragedia, né lui né lei si sono resi conto. Deve pagare per quello che ha fatto, nessuno lo mette in dubbio, ma non per un omicidio…”.

ANCHE LE MAESTRE FINISCONO NEL MIRINO DEGLI INVESTIGATORI

Dopo il patrigno, è stata arrestata anche la madre, ma in molti erano a conoscenza della situazione familiare. Il piccolo e la sorellina di 8 anni più volte si erano presentati a scuola con lividi e tumefazioni al viso. Alle maestre, finite nel mirino degli investigatori, avevano detto che erano stati picchiati dal compagno della mamma. Dalla scuola, però, nessuna segnalazione.

Solo il 18 gennaio, dopo che la sorellina di Giuseppe si era presentata in classe con una profonda ferita a un orecchio, un lobo quasi strappato, le maestre stilarono una relazione per informare della situazione la dirigente Rosa Esca. Segnalazione che però rimase ferma in direzione dieci giorni e fu poi recuperata dalla polizia all’indomani della tragedia.

Il gip Antonella Terzi nell’ordinanza parla di “colpevole negligenza” della dirigente scolastica e definisce la segnalazione “debole quanto tardiva”. Ora la posizione della funzionaria è al vaglio della Procura e il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, ha inviato gli ispettori presso l’istituto Quasimodo.

In un’intercettazione telefonica, emerge che una delle insegnanti del bimbo dice all’altra: “Non si poteva fare niente”. E la collega: “Non è che non si poteva fare niente… non abbiamo fatto niente”. Una delle maestre, inoltre, chiamava Giuseppe”scimmietella” perché si buttava sempre a terra, e lui rispondeva: “No, scimmia no”. La donna, intercettata al telefono con il fratello, mostrava tutta la sua preoccupazione per la vicenda del piccolo, che sarebbe arrivato a scuola con il “volto tumefatto”. “Io non so niente, io non ho visto niente”, aveva detto al fratello. Le maestre della sorellina avrebbero invece segnalato con una nota alla direttrice le pessime condizioni in cui arrivava la bimba.

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